
CASERTA (14 gennaio) - Arrestato il superlatitante Giuseppe Setola, boss dei Casalesi che era sfuggito alla cattura dei carabinieri due giorni fa, attraverso le fogne. Il boss in fuga, considerato capo dell'ala stragista dei Casalesi e inserito tra i trenta ricercati più pericolosi d'Italia, è stato arrestato dai carabinieri di Caserta a Mignano Montelungo, in provincia di Caserta, seguendo i suoi gregari. A loro, al momento dell'arresto, ha detto spavaldo: «Avete vinto voi».
All'arrivo dei carabinieri, il boss Setola ha tentato la fuga - che già gli era riuscita quattro volte in tre mesi e mezzo - sui tetti di un'abitazione a due piani (attraverso la mansarda) di Mignano, il piccolo comune ai confini con il basso Lazio, dove si era rifugiato. Setola era in una casa attigua ad una clinica privata, Villa Floria, e non era ricoverato in clinica come invece si era appreso in precedenza. Nell'abitazione dove è stato arrestato c'erano armi, munizioni e molto denaro.
Duecentomila euro. Il boss Giuseppe Setola, catturato oggi dai carabinieri in un'abitazione di Mignano Montelungo, aveva con sé molti soldi, secondo quanto si è appreso circa 200mila euro divise in banconote di vario taglio. Nell'abitazione c'erano anche due pistole e un fucile a pompa. Setola aveva, inoltre, anche una busta di medicinali. Braccato, dormiva con le armi sotto il cuscino.
Un polso fratturato. Il boss aveva un polso fratturato in seguito alla rocambolesca fuga di due giorni fa, attraverso i condotti fognari, dal suo covo di Trentola Ducenta, in provincia di Caserta.
Arrestate altre quattro persone. Sono state arrestate anche quattro persone che si trovavano con Setola nell'abitazione di Mignano Montelungo. Sono Paolo Gargiulo, di Aversa, 23 anni, cugino di Nicola Gargiulo, detto "Capitone", del clan Bidognetti; un italo-americano, John Peram Loran, di Pozzuoli; Riccardo Iovine, di San Cipriano d'Aversa, cugino di primo grado di Antonio Iovine, «'O ninno», numero uno dei Casalesi; Luciana Comparelli, 45 anni, di Mignano, proprietaria dell'appartamento dove Setola si era rifugiato. La Comparelli, infermiera, lavora presso la clinica Villa Flora dove il boss sarebbe stato curato: la clinica sarebbe comunque estranea a qualunque coinvolgimento nelle attività di Setola. Sarebbe stato invece Iovine a trovare un appoggio logistico a Setola e ai suoi complici in fuga: l'uomo lavora come analista in un ospedale casertano. Setola e le altre quattro persone fermate nel blitz condotto dai carabinieri a Mignano Montelungo sono stati trasferiti in serata al carcere di Santa Maria Capua Vetere.
Psicopatico e "cieco". Trentotto anni compiuti lo scorso 5 novembre, solo dieci mesi fa il «killer psicopatico», come l'hanno definito gli investigatori, inseparabile dal suo kalashnikov, era al 41 bis nel carcere di Cuneo. Ne è uscito grazie ad una perizia oculistica che gli diagnosticava una «gravissima patologia retinica»: secondo chi l'ha redatta era praticamente cieco. E ora la procura di Napoli ha aperto un'inchiesta per scoprire le complicità e le collusioni che gli hanno consentito di avere una perizia palesemente falsa. Quelle carte, arrivate alla procura di Santa Maria Capua Vetere, hanno fatto sì che Setola venisse trasferito in una clinica riabilitativa a Pavia, agli arresti domiciliari. Fin troppo facile per il boss scappare e tornare in Campania a dettar legge. Setola era stato nel 2000 il referente di Francesco Bidognetti, "Cicciotto 'e mezzanotte", il boss recluso al 41 bis che dal carcere ha dato una sorta di via libera alla strategia stragista messa in atto da Setola. E aveva una rete di fiancheggiatori affidabili senza i quali sarebbe stato impossibile muoversi sul territorio con così tanta disinvoltura e arroganza.
"Ora si fa a modo mio". Quel che fece Setola quando riprese in mano il clan è stato Oreste Spagnuolo (uno dei suoi fedelissimi arrestato lo scorso 30 settembre e poi pentitosi) a raccontarlo ai magistrati. «Posso dire che Setola evase quando ritenne che la gestione del clan non lo convinceva, così prese il comando e dichiarò la sua intenzione di fare "a modo suo"», ha messo a verbale Spagnuolo, aggiungendo subito dopo: «Capimmo subito cosa intendeva». E ancora: «Preso il comando, Setola creò un gruppo ristretto ed assunse un atteggiamento estremamente autoritario decidendo di incutere il terrore sul territorio, di uccidere i familiari dei pentiti e di terrorizzare gli imprenditori.
A volto scoperto. Non dava alcuna spiegazione delle sue scelte perchè nessuno poteva avere alcun ruolo nelle sue decisioni. E non vi era alcuna possibilità di discutere, tutte le persone facenti parte del gruppo aderirono necessariamente alla sua volontà». E quando c'era da ammazzare, non si preoccupava certo di farsi vedere. «Agiva a volto scoperto - ha raccontato ancora Spagnuolo - non si è mai preoccupato di un eventuale riconoscimento».
Isolato dai "padrini". La strategia stragista che lo ha portato in pochi mesi a diventare uomo di punta dei Casalesi e ad essere tra i 30 uomini più ricercati d'Italia, gli ha fatto però anche terra bruciata attorno. Perchè lo Stato non poteva non rispondere con un'azione massiccia di fronte ad una violenza così cieca e perchè l'altra parte dei Casalesi, quella che fa capo ai super latitanti Michele Zagaria e Antonio Iovine e che da sempre - come sottolineano gli investigatori - «privilegia metodi meno appariscenti per tutelare i propri interessi economici», non vedeva certo di buon occhio «l'esasperata attenzione» sull'area grazie alle gesta di Setola. Così ad uno ad uno i suoi uomini sono caduti e il boss è rimasto solo. «Non può andare da nessuna parte, è soltanto questione di tempo ma lo prenderemo. È finito, ha le ore contate» diceva solo due giorni fa uno degli investigatori che da mesi gli davano la caccia. È andata proprio così.
Roberti: mandava messaggi. Giuseppe Setola non mollava e ha continuato a inviare «segnali» al territorio, ha spiegato il capo della Dda di Napoli Franco Roberti. «Ha inviato segnali a chi doveva intendere, che ha inteso. Setola in tutti questi giorni ha dimostrato di essere capace di fare altri proseliti ricompattando le file dell'organizzazione. E ha inviato una serie di segnali, che chi doveva capire ha inteso. Ha ucciso Domenico Noviello, poi Michele Orsi per colpire l'imprenditoria collusa; poi lo zio di Luigi Diana, per colpire i collaboratori, dopo che Oreste Spagnuolo aveva collaborato».
dal Mattino di Napoli
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