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Barbara Cristina
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Contro la criminalità: un dovere civile

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Alle 20:50 del 29 Giugno 2009, Claudia Santeramo ha detto...
Ciao barbara ;) Interessante qst posto ;)
Alle 13:07 del 7 Gennaio 2009, gianni ha detto...
Ciao barbara,saro' in emilia dal 18 gen.e mi mettero' in contatto con il coordinamento emiliano,ti terro' stretta come amica"Saviana"non ho tanta dimestichezza informatica,e un aggiornamento competente mi e' utile!A presto
Alle 14:49 del 31 dicembre 2008, vittoria benedetti ha detto...
Fatto.!!! grazie
Ciao
Vittoria
Alle 17:46 del 17 dicembre 2008, Giad@_Masciari_Saviano ha detto...
scusa per il ritardo della risposta!! puoi postare si!!!! anzi, io pensavo ci fosse già.... brava!!!
G.
Alle 22:57 del 25 Novembre 2008, Alessia ha detto...
Se riesco a tornare per le vacanze saró sicuramente alla manifestazione di Roma.
Grazie!
Alle 20:56 del 30 Ottobre 2008, Al. ha detto...
Ciao ...hai un'indirizzo email che puoi comunicarmi? Così è più pratico scriverti! Alberto
Alle 1:08 del 30 Ottobre 2008, Al. ha detto...
"...La lotta alla mafia – il primo problema da risolvere nella nostra terra, bellissima e disgraziata – non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte [...] a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità, e quindi della complicità. [...]
Occorre dare un senso a questa morte di Falcone, a questa morte di sua moglie, a questa morte degli uomini della sua scorta. Sono morti per noi e abbiamo un grosso debito verso di loro. Questo debito dobbiamo pagarlo gioiosamente, continuando la loro opera, facendo il nostro dovere, rispettando le leggi, anche quelle che ci impongono sacrifici, rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici che possiamo trarne, anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro, collaborando con la Giustizia, testimoniando i valori in cui crediamo, anche nelle aule di Giustizia, accettando in pieno questa gravosa e bellissima eredità, dimostrando a noi stessi ed al mondo che Falcone è vivo.” - Paolo Borsellino

Certamente ti riferivi alle parole di Paolo Borsellino.

Che dirti, Barbara (o Cristina???) ...almeno sono felie di scoprire che esiste ancora qualcuno che crede in tutto questo... però è dura da digerire, perché siamo un goccia nel mare... un mare di pressappochismo, di superficialità e di ignoranza, in cui contano solo falsi dei... Per non parlare della delinquenza, anche solo latente, potenziale, che caratterizza la maggioranza degli umani, o quanto meno degli italiani. Non voglio chiamarli “uomini” perché per me gli Uomini sono quelli che menzionava Sciascia nel suo “Il giorno della civetta”, ricordi? quando don Mariano divideva l'umanità in cinque categorie: ci sono gli Uomini, i mezz'uomini, gli ominicchi, i pigliainculo ed i quaquaraqua. Pochissimi gli Uomini...
...ed uno di questi era il Capitano Bellodi...

E qua la situazione è drammatica... perché di Capitani Bellodi ce ne sono appunto pochissimi... ed ogni giorno peggiora...

Amo la Natura più di ogni altra cosa ed il mio intento è quello di mollare gli ormeggi della mia barca per andare a vivere con lei, ma mi spiacerebbe molto dovermi allontanare da questo disgraziato Paese anche per motivi “politici”... d'altra parte questa situazione è stata scelta deliberatamente e consapevolmente da questo popolo... e forse è anche questo quello che mi fa più male...
Alberto
Alle 21:09 del 29 Ottobre 2008, Al. ha detto...
Sorry!! ...spero che tu lo possa vedere adesso! Sono scritti, interviste, dichiarazioni che Falcone ha fatto nel tempo. Io, molti anni fa (quando ero nella Rete, quella di Caponnetto, Orlando & Co.) le ho raccolte e messe insieme, una dietro l'altra per mio "uso e consumo"...perché volevo averle sotto gli occhi tutte insieme... spero che a Giovanni non sia dispiaciuto questo, ma penserei di no...
E' per me qualcosa di grande, di struggente, che ogni volta mi emoziona... e che a forza di rileggere ho imparato a memoria, parola dopo parola...
E' anche qualcosa che mi ha sempre ridato la forza in quei momenti in cui gli eventi della vita, quella forza provano a togliertela...
Spero che questo effetto lo faccia anche a te...
A me, Giovanni, oltre al suo esempio mi ha regalato anche questo.

Eccolo per te... fanne buon uso... in suo ricordo...
Ciao Alberto
(http://unavitanelvento.spaces.live.com/)

Vorremmo ricordarlo Giovanni Falcone, con le sue parole.
Così lui stesso ci ha raccontato la sua vita.

“Sono nato in uno di quei quartieri, ieri nobili, oggi più disgregati della vecchia Palermo, in via Magione il 20 Marzo 1939 e lì ho vissuto fino all’età di ventuno anni. Provengo da una famiglia borghese, religiosa, andavamo a messa tutti insieme, papà e mamma ci tenevano moltissimo.
Mio padre era una persona seria, onesta, dirigeva il laboratorio chimico provinciale e mi ha insegnato a lavorare sodo, a rispettare gli impegni, a preoccuparmi delle mie due sorelle; insomma… vecchi valori forse.
Mia madre era una donna energica, autoritaria e insieme dolcissima.
Devo dire che fin da bambino avevo respirato giorno dopo giorno aria di mafia, violenza, estorsioni, assassini. La mia cultura progressista mi faceva inorridire di fronte alla brutalità, agli attentati, alle aggressioni. Guardavo a cosa nostra come all’idra dalle sette teste, qualcosa di magmatico, di onnipresente e invincibile, responsabile di tutti i mali del mondo.
Io il tempo lo trascorrevo nella biblioteca di famiglia, divoravo libri di avventure, romanzi di Alessandro Diumà, storie di Francia, di Sicilia.
Nel 1954 entrai al liceo classico Umberto, c’era una bella atmosfera di gruppo. Quando fui promosso ottenni in dono un orologio ...la bicicletta... la bicicletta no, avevano paura che mi facessi male. Dopo il liceo entrai all’accademia navale, volevo laurearmi in ingegneria, ma venni spedito allo Stato Maggiore perché si sosteneva che avevo attitudine al comando. Mio padre non ostacolò questa scelta, ma aveva previsto tutto: mi iscrisse d’ufficio in legge e nel 1961 mi laureai con una tesi su “istruzione probatoria in diritto amministrativo”, ed ebbi 110 e lode.
Scartata l’ipotesi della carriera notarile, partecipai e vinsi il concorso per entrare in magistratura. Devo aggiungere che vinsi senza alcuna raccomandazione! Nel ‘65 ero pretore a Lentini, avevo ventisei anni, uno stipendio di centodiecimila lire al mese e in quell’ufficio eravamo in tre, il lavoro pesante a causa di una grande mole di processi non tutti importanti e gratificanti. Poi finalmente ebbi il trasferimento d’ufficio a Trapani, con la qualifica di procuratore. Anni difficili quelli a Trapani, pure in presenza di non poche soddisfazioni professionali. Il lavoro non mi metteva paura e neppure i mafiosi. Chiusa l’esperienza trapanese il grande balzo finalmente verso Palermo, era il Luglio del 1978. Ero stato io a chiedere il trasferimento a Palermo e così fu: sezione fallimentare, e tredici mesi dopo, sempre su mia richiesta, ottenni di potermi misurare con l’attività di giudice istruttore; consigliere aggiunto era Rocco Chinnici.
Rocco Chinnici... con lui ebbi sempre un ottimo rapporto, era legato a me da tantissimo affetto. Grande intuito, grande acume quello di Chinnici, uomo molto problematico. Mi diceva sempre, e in questo fu profetico, “scriva tutto, non tralasci i particolari, anche quelli apparentemente insignificanti e tenga un diario”.
Le abitudini peggiori del Palazzo di Giustizia di Palermo? il pettegolezzo da comare le chiacchiere da corridoio una riserva mentale costante; in una parola mancanza di serenità. Si sa, ma si dimentica troppo spesso che la mafia approfitta anche di questi meccanismi psicologici interni allo schieramento che invece dovrebbe combatterla.

Ma come si può isolare un giudice? anche con una sfilza di luoghi comuni. Di me hanno detto “fa panna montata, affogherà nelle sue stesse carte, non caverà un ragno dal buco, è un semplice giudice istruttore ma ama atteggiarsi a sceriffo, ma chi crede di essere il ministro della giustizia? ”
No… io ho la coscienza tranquilla: nel ruolo di accusatore non ho mai prevaricato i diritti della difesa e né mi pare di avere mai fatto ricorso a strumenti che non fossero propri del giudice.
Sono stato pesantemente attaccato sul tema dei pentiti. Mi hanno accusato di avere con loro rapporti intimistici. Si sono chiesti come avevo fatto a convincere tanta gente a collaborare e hanno insinuato che avevo fatto loro delle promesse mentre ne estorcevo delle confessioni. La domanda da porsi dovrebbe essere un’altra: perché questi uomini d’onore hanno mostrato di fidarsi di me; credo perché sanno quale rispetto io abbia per i loro tormenti, perché sono sicuri che non inganno, che non interpreto la mia parte di magistrato in modo burocratico e che non provo timore reverenziale nei confronti di nessuno, e soprattutto perché sanno che, quando parlano con me, hanno di fronte un interlocutore che ha respirato la stessa aria di cui loro si nutrono; sono nato nello stesso quartiere di molti di loro, conosco a fondo l’anima siciliana.
Il pentito, a differenza del classico informatore anonimo, pone problemi nuovi e diversi alla magistratura e all’opinione pubblica. Quando alcuni decisero di collaborare io dissi loro: se siete persone serie verrete trattati bene. Non posso dire di essere stato aiutato dallo Stato e, caso per caso, ho dovuto escogitare soluzioni artigianali, e non mi stupisce che qualcuno si sia pentito di essersi pentito. I giudici spesso hanno comminato loro pene più severe che agli altri imputati, le guardie carcerarie li hanno insultati, il personale di custodia, che aveva il compito di garantirne la sicurezza, ha reso loro la vita impossibile.

Nell’organizzazione violenza e crudeltà non sono mai gratuite, rappresentano sempre l’extrema ratio, l’ultima via di uscita quando tutte le altre forme di intimidazione sono inefficaci o quando la gravità di uno sgarro è tale da meritare soltanto la morte. La mafia è razionale, vuole ridurre al minimo gli omicidi. Se la minaccia non raggiunge il segno passa a un secondo livello, riuscendo a coinvolgere intellettuali, uomini politici, parlamentari, inducendoli a sollevare dubbi sull’attività di un poliziotto o di un magistrato ficcanaso, o esercitando pressioni dirette a ridurre il personaggio scomodo al silenzio. Alla fine ricorre all’attentato.
Ho imparato a riconoscere l’umanità anche nell’essere apparentemente peggiore. L’imperativo categorico dei mafiosi di dire la verità è diventato un principio cardine nella mia etica personale, almeno riguardo ai rapporti veramente importanti della vita. Per quanto possa sembrare strano la mafia mi ha impartito una lezione di moralità.

Questa avventura ha reso anche più autentico il mio senso dello Stato.
Mi rimane comunque una buona dose di scetticismo, non però alla maniera di Leonardo Sciascia, che sentiva il bisogno di Stato ma nello Stato non aveva fiducia. Il mio scetticismo piuttosto che una diffidenza sospettosa è quel dubbio metodico che finisce col rinsaldare le proprie convinzioni. Io credo nello Stato, e ritengo che sia proprio la mancanza di senso dello Stato, di Stato come valore interiorizzato, a generare quelle distorsioni presenti nell’animo siciliano, il dualismo tra società e Stato, il ripiegamento sulla famiglia, sul gruppo, sul clan, la ricerca di un alibi che permetta a ciascuno di vivere senza alcun riferimento a regole di vita collettiva.

Non rimpiango niente, anche se a volte percepisco nei miei colleghi un comprensibile desiderio di tornare alla normalità: meno scorte, meno protezione, meno rigore negli spostamenti. E allora mi sorprendo ad avere paura delle conseguenze di un simile atteggiamento, normalità significa meno indagini, meno incisività, meno risultati, e temo che la magistratura torni alla vecchia routine, i mafiosi che fanno il loro mestiere da un lato, i magistrati che fanno, più o meno bene, il loro, dall’altro. E alla resa dei conti, palpabile, l’inefficienza dello Stato.

In che cosa credo? Sembra sciocco, in una frase di Kennedy che lessi in un posto di polizia all’aeroporto di Milano, diceva pressappoco così: “Occorre compiere fino in fondo il proprio dovere, qualunque sia il sacrificio da sopportare, costi quel che costi, in ciò sta l’essenza stessa della dignità umana”.

Quando fu assassinato Carlo Alberto Dalla Chiesa, in via Carini, sul luogo della strage qualcuno tracciò la scritta “Qui è morta la speranza dei Palermitani onesti”, una frase disperata, pessimistica. Credo che non sia più condivisa ...i palermitani onesti... molti di più di quanto si possa immaginare.
A questa città io vorrei dire: gli uomini passano, le idee restano, restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini; ognuno di noi deve continuare a fare la sua parte piccola o grande che sia, per contribuire a creare in questa Palermo una volta felicissima, condizioni di vita più umane, perché certi orrori non abbiano più a ripetersi.

Il pensiero della morte mi accompagna ovunque, ma come dice Montagne, diventa presto una seconda natura. Certo, si sta sul chi vive, si calcola, si osserva, ci si organizza, si evitano le abitudini ripetitive, si sta lontano dagli assembramenti e da qualsiasi situazione che non possa essere tenuta sotto controllo, ma si acquista anche una buona dose di fatalismo. In fondo si muore per tanti motivi, un incidente stradale, un aereo che esplode in volo, un’overdose, il cancro e anche per nessuna ragione particolare.
Si muore generalmente perché si è soli, o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno.
In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”.
Giovanni Falcone
Alle 2:22 del 28 Ottobre 2008, Al. ha detto...
Ciao! ...se aspettiamo che un Governo debelli le mafie... aspetteremo invano qualche milione di anni!!
Fintanto che questo schifo di popolo continuerà a pensare al calcio, alla macchina nuova, alle veline... andremo poco lontano... ci vorrebbe una rivoluzione culturale... ma... come disse il bandito Giuliano "vedo oscuro e malo cammino..."
"Tornare a casa con un racconto" ...bello!! Te ne invio uno... fanne buon uso, mi raccomando! E' prezioso!
Alberto

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Qualcosa su di te
Amo la scrittura perché mi ha dato personalità e un modo nuovo di vedere le cose. Cerco di leggere e informarmi senza farmi risucchiare dal vortice virtuale del web, dove bazzico spesso.
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In Italia, lo Stato dorme da 100 anni. Sappiamo che le mafie di ogni provenienza mettono radici anche grazie alla connivenza di parte di governi e forze dell'ordine. Il popolo italiano ha il diritto e il dovere di ribellarsi a una situazione che coinvolge non solo gli amici del Sud, ma noi come intera cittadinanza offesa.
Cosa ti aspetti da questa iniziativa
Sensibilizzazione. Difficilmente la criminalità cambierà direzione. Ma noi dobbiamo tenere gli occhi aperti e non (far) dimenticare mai.
Una cosa che ami...
Rientrare a casa la sera con una poesia o un racconto che mi ronza in testa.
Una cosa che odi...
Dover subire la presenza di persone sgradite per mere "convenienze" sociali.
Un'idea originale
Creare, in tutta Italia, reti di assistenza legale gratuita ad anziani in difficoltà con compagnie telefoniche, truffe bancarie, problemi contrattuali e via dicendo. Le mafie non hanno bisogno di idee originali: devono essere debellate soprattutto con interventi radicali del Governo.
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Una "maratona" da ricordare

Come ho già scritto a Raffaele, quella di sabato 1 novembre è stata una giornata davvero particolare per Alessandria. Nella centralissima Piazzetta della Lega uno sparuto drappello di elementi ha letto tutto (!) il libro di Roberto Saviano.
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Post aggiunto il 2 Novembre 2008 alle 15:30 — 1 Commento

 
 

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